Com’è nato l’amore tra Dante e Beatrice? La “cronistoria”, a 750 anni dalla nascita del Sommo Poeta

di Redazione Il Libraio | 11.02.2015

Ripercorriamo la storia di questa passione, che ha ispirato un capolavoro imperituro, la "Divina Commedia", attraverso 6 brevi passi da "Come donna innamorata", il nuovo romanzo Marco Santagata


Nel nuovo romanzo di Marco Santagata, Come donna innamorata (in libreria per Guanda), si delinea il racconto di uno tra i più grandi amori letterari di ogni tempo, quello tra Dante Alighieri e Bice Portinari. Un amore che nasce da uno sguardo, vive di parole, attraversa la lontananza e vince la morte, ispirando un capolavoro imperituro, la Divina Commedia. Un amore entrato nel mito ma che il romanzo di Santagata racconta, dal punto di vista di Dante, nei suoi risvolti di umanissimo tormento.

In queste pagine ripercorriamo la storia di questa passione attraverso alcuni brevi passi del romanzo con il contrappunto d’eccezione delle parole stesse del suo protagonista e cantore: i versi e i pensieri di Dante Alighieri.

  1. L’INCONTRO

Dal fondo del cortile una giovinetta cominciò ad avanzare verso di loro. Indossava un vestito rosso, tenuto in vita da una cintura dorata. Non la riconobbe. Del resto, della mocciosa piagnucolante aveva perso perfino il ricordo. Com’era? Bella, aggraziata, flessuosa?

Per anni, in seguito, aveva cercato di recuperare nella memoria qualche immagine di quello che, a ragione, poteva essere considerato il loro primo incontro.

Apparve vestita di nobilissimo colore umile e onesto sanguigno, cinta e ornata alla guisa che alla sua giovanissima etade si convenia

(Vita Nova 1, 3)

  1. BEATRICE

Bice non era quel che si dice una bellezza. Molte giovani di Firenze la superavano in avvenenza. La fonte del suo fascino erano gli occhi: verdi, scintillanti, conferivano all’incarnato madreperlaceo una straordinaria luminosità. E il sorriso: fresco, spontaneo, appena velato di tristezza. Non era neppure una dama brillante. Nelle feste e nei conviti, dove compariva quasi sempre senza il marito, per la maggior parte del tempo restava in silenzio ma, interrogata, rispondeva con una voce sottile straordinariamente armoniosa. Sulle labbra le fioriva un dolcissimo sorriso e gli occhi posavano sull’interlocutore uno sguardo di una serenità che ammaliava.

Lui, come tutti, ne era soggiogato. Ma quell’incanto poteva essere chiamato amore?

   Dice di lei Amor: “Cosa mortale

come esser può sì adorna e sì pura?”.

Poi la riguarda, e fra sé stesso giura

che Dio ne ’ntenda di far cosa nova.

Color di perle à quasi, in forma quale

convene a donna aver, non for misura:

ella è quanto di ben po’ far Natura;

per essemplo di lei bieltà si prova

(Donne ch’avete intelletto d’amore 43-50)

   Quel ch’ella par quando un poco sorride,

non si può dicer né tenere a mente,

sì è novo miracolo e gentile

(Negli occhi porta la mia donna Amore 12-14)

  1. L’AMORE

«… l’amore, capisci?, è estasi. La poesia loda la bellezza del creato. Ti dico di più, amare un angelo in terra solleva l’anima in Cielo. Credimi, l’amore può salvare.»

Aveva pronunciato le ultime parole con un tono deciso e, nello stesso tempo, accorato. Come un reo che sfidasse il giudice mentre ne invocava la clemenza.

Fermo davanti allo scrittoio, fissava la faccia di Guido.

Questi tacque a lungo, impassibile. Poi, all’improvviso, scoppiò in una sonora risata. Ma subito si fece serio. La ruga gli solcava la fronte.

«L’amore, dico l’amore vero, annebbia il cervello. L’amore vero ti sfibra l’anima. L’amore vero» disse scandendo le sillabe «è sofferenza.»

   Tanto gentile e tanto onesta pare

la donna mia quand’ella altrui saluta,

ch’ogne lingua deven tremando muta

e gli occhi no l’ardiscon di guardare.

   Ella si va, sentendosi laudare,

benignamente d’umiltà vestuta;

e par che sia una cosa venuta

da cielo in terra a miracol mostrare.

   Mostrasi sì piacente a chi la mira,

che dà per gli occhi una dolcezza al core,

che ’ntender no la può chi non la prova;

   e par che dalla sua labbia si mova

uno spirito soave pien d’amore,

che va dicendo all’anima: Sospira.

(Dante Alighieri)

   I’ vo come colui ch’è fuor di vita,

che pare, a chi lo sguarda, ch’omo sia

fatto di rame o di pietra o di legno,

   che si conduca sol per maestria

e porti ne lo core una ferita

che sia, com’ egli è morto, aperto segno.

(Guido Cavalcanti, Tu m’hai sì piena di dolor la mente 9-14)

  1. IL DESTINO E LA PERDITA

Adesso, solo adesso, aveva compreso che non era difficile, anzi, che era di una evidenza assoluta: a nove anni aveva incontrato Bice nella casa del padre, a diciotto si erano salutati per strada, lui era di nove mesi quando Bice era nata… Che il nove fosse il loro numero lo aveva intuito da tempo. Ma come aveva fatto a non pensare che quel numero è sacro in sé, contiene per tre volte la Trinità, è anch’esso un sigillo di predestinazione?

[…]

Forse la sua Beatrice non sarebbe morta insieme a Bice. Sarebbe sopravvissuta nella sua poesia. […] Avrebbe raccontato la storia di Beatrice e la storia delle poesie che aveva scritto per lei. Sarebbe stato il racconto dell’immenso privilegio che Dio gli aveva concesso. Lo avrebbe intitolato Vita Nova, vita rinnovata dal vero amore.

Dunque se lo tre è fattore per sé medesimo del nove, e lo fattore per sé medesimo delli miracoli è tre, cioè Padre e Figlio e Spirito Santo, li quali sono tre e uno, questa donna fue accompagnata da questo numero del nove a dare ad intendere ch’ella era uno nove, cioè uno miracolo, la cui radice, cioè del miracolo, è solamente la mirabile Trinitade.

(Vita Nova 19, 6)

  1. LA TRASFORMAZIONE

Nella sua stanzetta solitaria scriveva con le dita intirizzite. Tremava, ma un fuoco interiore lo riscaldava.

Il suo Dante pellegrino presto avrebbe incontrato Beatrice. Mentalmente se l’era dipinta in ogni particolare: sfolgorante, ieratica, lontana nella sua beatitudine.

Ma non poteva impedirsi di intravedere dietro ai tratti della santa trionfante quelli della dama malinconica conosciuta in gioventù.

   Io vidi già nel cominciar del giorno

la parte orïental tutta rosata

e l’altro ciel di ben sereno addorno,

   e la faccia del sol nascere ombrata

sì che per temperanza di vapori

l’occhio la sostenea lunga fïata:

   così, dentro una nuvola mdi fiori

che dalle mani angeliche saliva

e ricadeva in giù, dentro e di fori,

  sovra candido vel cinta d’uliva

donna m’apparve, sotto verde manto

vestita di color di fiamma viva.

   E lo spirito mio – che già cotanto

tempo era stato ch’alla sua presenza

non era di stupor, tremando, infranto –

   sanza delli occhi aver più conoscenza,

per occulta virtù che da lei mosse

d’antico amor sentì la gran potenza.

(Purgatorio XXX 22-39)

  1. LA RINASCITA

Sull’altra riva la brezza accarezzava una selva odorosa di alberi in fiore. Beatrice gli sarebbe apparsa là. Lui, ripulito dal Lete anche delle più piccole scorie di peccato, ne avrebbe contemplato la visione sfolgorante con occhi risanati per sempre.

   Un’aura dolce, sanza mutamento

avere in sé, mi ferìa per la fronte

non di più colpo che soave vento;

   per cui le fronde tremolando pronte

tutte quante piegavano alla parte

u’ la prim’ombra gitta il santo monte,

   non però da loro esser dritto sparte

tanto che li augelletti per le cime

lasciasser d’operare ogni lor arte:

   ma con piena letizia l’ore prime

cantando ricevieno intra le foglie,

che tenëan bordone alle sue rime

(Purgatorio XXVIII 7-18)
Santagata

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Fonte: www.illibraio.it


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