Jhumpa Lahiri: “L’aspetto esteriore è un linguaggio, ma non giudichiamo i libri dalle copertine”

di Noemi Milani | 16.01.2017

"La copertina singola è un gesto audace: e se poi non corrisponde alle tue aspettative o al contenuto del libro? Nella collana, invece, c’è un linguaggio preesistente a cui si sente di appartenere". L'autrice premio Pulitzer Jhumpa Lahiri si racconta a ilLibraio.it a partire dalle copertine dei libri, tema del suo nuovo, breve saggio, fino alla "ricerca di appartenenza" che la caratterizza. Senza dimenticare l'esperienza dello scrivere in italiano, che nasce da "un bisogno, quello di rappresentare l’estraniamento anche dal punto di vista linguistico". E ancora: "In questa fase mi sono staccata dall’editoria americana perché sto scrivendo in italiano, e non mi dispiace: in Italia mi sento più seguita e curata" - L'intervista


L’aspetto esteriore e  i vestiti sono un linguaggio. Fin da bambina ero cosciente della differenza tra un tipo di abito e l’altro: quello che usavo a scuola, in America, e i vestiti tradizionali che portava mia madre, che è rimasta legata alle sue tradizioni e che per questo risultava diversa. E poi la differenza tra me e i miei cugini, in India: nonostante ci assomigliassimo fisicamente, erano ‘altri’. Anzi, ero io a sentirmi così”, racconta a ilLibraio.it l’autrice premio Pulitzer Jhumpa Lahiri, appena tornata in libreria con Il vestito dei libri (Guanda). Inizia dal suo essere un insieme di culture: nata a Londra da genitori bengalesi e cresciuta negli Usa, da alcuni anni trascorre parte dell’anno a Roma. E recentemente ha scelto la lingua italiana per scrivere alcuni dei suoi libri.

Jhumpa+Lahiri

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Esperienza, quest’ultima, che nasce da “un bisogno, quello di rappresentare l’estraniamento anche dal punto di vista linguistico, un percorso che è anche una sfida continua, lo scrivere in italiano”.

“La mia scrittura è talmente diversa che è quasi una seconda vita come scrittrice. La lingua mi porta in una direzione nuova: in italiano scrivo completamente per me stessa. Nessuno mi ha chiesto di farlo, è un progetto completamente mio e, per fortuna, l’Italia ha accettato questo tentativo, che spero di continuare per un po’. Il dividermi tra gli Usa e l’insegnamento a Princeton e la vita a Roma, non aiuta, ma io continuo a fare avanti  e indietro tra i due paesi e spero di realizzare un nuovo progetto di narrativa in italiano“, confessa la scrittrice.

Il vestito dei libri, invece, è nata come discorso per una conferenza a Firenze ed è divenuta poi un breve libro sull’aspetto esteriore dei libri: le copertine. L’autrice nell’opera ammette di non amare sempre le scelte prese dagli editori per quanto riguarda lo stile delle copertine e durante l’intervista confida: “In America, siccome sono donna e di origine indiana, spesso vengono messi in copertina fiori e altre immagini molto femminili. Questa scelta è guidata anche dal fatto che sono soprattutto le donne a comprare e leggere i libri, ma la copertina così rispecchia l’identità dell’autore anziché il contenuto del libo. Quando ho pubblicato il mio primo romanzo, L’omonimo, che ha al centro un protagonista maschile, la copertina americana, e di conseguenza anche in India e in altri paesi – spesso la copertina americana viene riproposta con minime modifiche anche in altri paesi – è un’immagine delicata che però non trasmette niente del libro. Una scelta del genere mi sembra uno spreco, ma allora ero molto più giovane e meno insofferente, per cui ho accettato la scelta. Certe volte provo anche dei sensi di colpa a rifiutare una copertina: la casa editrice la giudica bellissima e di successo, allora mi sento a disagio a chiedere modifiche. In più, non c’è mai nessun contatto con il grafico mentre crea l’immagine”.

Jhumpa Lahiri

Nel saggio Jhumpa Lahiri racconta non solo di copertine che non rispecchiano il contenuto dei libri, ma anche di scelte editoriali vincenti che, da lettrice, apprezza. A partire dalle collane di Adelphi ed Einaudi, “inconfondibili  per lo stile uniforme e sobrio”. “Anche in America ci sono delle collane che apprezzo molto, ma che sono poco conosciute dai lettori. Come City Life, che pubblica autori sperimentali dell’avanguardia e molti poeti. Sono  libri dal formato piccolo, di taglio europeo, puliti. Un’altra casa editrice dedicata a titoli meno convenzionali che apprezzo è New Directions: pubblica letteratura europea in traduzione e anche molte poesie, i libri hanno le copertine in bianco e nero. Mi piacciono le loro scelte sobrie. Non si tratta propriamente di una collana, ma c’è una sensibilità che lega tutti i titoli. Stesso discorso per la New York Review of Books, una serie di libri tutti dello stesso formato, che creano un insieme unito da una forte identità”, racconta la scrittrice.

“Da lettrice preferisco una serie, una collana: mi fa sentire più protetta. La copertina singola è un gesto audace: se non corrisponde alle tue aspettative o al contenuto del libro? Nella collana c’è un linguaggio preesistente a cui si sente di appartenere”, continua Lahiri. E aggiunge: “L’appartenenza è un tema a me molto caro, che deriva proprio da un’ansia legata al mio sogno di essere parte di qualcosa: lingua, paese o cultura. Come autrice potrei sperimentare l’appartenenza se venissi pubblicata in una collana o in una serie editoriale”.

E, parlando della sua esperienza di scrittrice sia negli Usa che in Italia, ammette di essere “molto più legata all’editoria italiana. Il vestito dei libri è stato pubblicato anche in inglese ma, essendo un saggio d’occasione, non ha ricevuto molta attenzione. In America si è molto interessati alla lunghezza dei testi, un libro importante è un romanzo lungo. Io non sono d’accordo, preferisco il contesto italiano in cui anche grandi autori possono dedicarsi ad altri tipi di opere”. Perché, continua, “il percorso dell’autore dovrebbe essere sorprendente e imprevedibile, così diventa anche più reale”.

“Mi sono staccata dall’editoria americana perché sto scrivendo in italiano, almeno in questa fase, e non mi dispiace: in Italia mi sento più seguita e curata perché è un mondo più piccolo. So di essere molto fortunata perché insegno a Princeton e grazie a questo lavoro non devo necessariamente pensare al compenso e alle vendite; è una grande libertà che mi permette di scrivere quello che preferisco. Mi sto godendo questo momento“.

Lauren Groff

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Fonte: www.illibraio.it


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