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IL PASSATO DAVANTI A NOI
La stagione dei sogni spezzati
Autore: Bruno Arpaia
Pagg. 512
€ 17.00
Narrativa
Collana: Narratori della Fenice
In libreria
dal: 16 Febbraio 2006
Libro disponibile
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Forse le passioni di un’epoca non possono
davvero essere raccontate a un’altra. Eppure
la voce che narra questa storia, una
storia di ragazzi e ragazze che crescono negli
anni Settanta in un paesino del Sud, ha
il timbro forte, spericolato e consapevole,
di chi non può più tacere.
È una nitida voce corale, quella di Alberto
Malinconico, di Angelo Malecore e dei loro
amici. Per loro, il punto di svolta è l’11 settembre,
quello del 1973, quando il telegiornale
trasmette le immagini del golpe in Cile: come si fa a non esserne colpiti? Così,
in quella stagione di lotte operaie, di austerità,
di battaglie per la legge sul divorzio, tra
le prime ragazze e le bravate con gli amici,
matura la coscienza politica e la voglia di
cambiare. E sono i volantini, i cortei, le interminabili
discussioni in sezione, i concerti
rock, le manifestazioni a Roma e a Bologna,
gli scontri con la polizia, i viaggi in autostop
a Londra, il vento del femminismo,
la liberazione sessuale. Finché la lotta armata
e la repressione dello Stato non chiudono
bruscamente il futuro verso il quale
quei ragazzi credevano che la Storia li sospingesse.
Visti da un paese in provincia di Napoli,
quegli anni sono però anche gli anni della
camorra, gli anni dei primi omicidi politici
della malavita organizzata. Alberto e gli altri
li hanno sotto gli occhi, ma a tutta prima
non sanno decifrarli: guardano altrove, loro, guardano lontano, ai grandi movimenti
della Storia... Così alla sconfitta politica si
aggiunge anche il rimorso di non aver capito,
di non aver saputo aiutare le vittime di
quella violenza.
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"«Alberto...! Malinconico!»
Tonino Stalin l'aveva vista scendere da casa ed era uscito dal
Circolo Operaio per andargli incontro, curvo, con il giubbotto agganciato a un dito sulla spalla. Era un settembre caldo, di pomeriggio presto, e in piazza c'era poca gente: l'avvocato Frascone che discuteva con un suo compare sotto il tendone del Casino dei Signori, Sciù-Sciù e Trapanarella che chiacchieravano in mezzo ai giardinetti, Giacchetta con una limonata in mano appoggiato alla porta del bar di Serafino, due o tre passanti, un cane.
«Ehi, Malinconico!»
Porca puttana, ormai non si poteva fare marcindietro. Alberto adesso camminava lemme lemme, per perder tempo, come quei calciatori richiamati dall'allenatore, che escono dal campo col passo di chi va dietro a un funerale. Non è che non volesse incontrare Antonio Stalin, però era strano che lo chiamasse lì, davanti a tutti, che volesse parlare proprio a lui. In fondo, si erano visti appena due, tre volte, buongiorno e buonasera, niente più, e gli faceva pure soggezione: Antonio non aveva nemmeno cinquant'anni, ma per Alberto sembrava il padre di Matusalemme. Senza contare che era l'Operaio, quello con la maiuscola, un muratore uscito a sinistra dal Pci, uno che bazzicava pure i gruppi
dei "cinesi". Insomma, nel paese, un appestato."
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