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UN FAVORE PERSONALE
Autore: John Banville
Traduzione di Marcella Dallatorre
Pagg. 342
€ 16.50
Narrativa
Collana: Narratori della Fenice
In libreria
dal: 11 Settembre 2008
Libro disponibile
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Dublino, metà anni Cinquanta. Non è un
bel periodo per l’anatomopatologo Quirke:
una sua ex fiamma muore, un uomo che in
passato stimava è in fin di vita e la figlia
con la quale sta cercando di ricostruire un
rapporto fa ancora fatica ad accettarlo.
E quando Billy Hunt, una vecchia conoscenza
del college, lo cerca e gli chiede un
favore personale legato all’apparente suicidio
della moglie Deirdre, Quirke non sa
tirarsi indietro, nonostante senta che l’incontro
gli porterà solo guai.
Guai che non
tardano ad arrivare: l’anatomopatologo si
trova lentamente risucchiato in un mondo
tenebroso dove droga, perversioni sessuali,
ricatti e omicidi sono la normalità. Un mondo
dove nulla è come sembra. A comin ciare
proprio dall’insospettabile Deirdre. Quirke
scopre che la vita della donna era piena di
segreti e di frequentazioni pericolose, come
l’ambiguo Leslie White, con cui aveva aperto
un salone di bellezza e al quale era legata
da una torbida storia di sesso e trasgressione,
e il dottor Kreutz, uno pseudo santone
indiano dispensatore di cure spirituali e
coinvolto in affari poco leciti. E a questo
punto l’anatomopatologo non può trattenersi
dal cercare la verità anche sulla sua
morte misteriosa facendo vacillare definitivamente
l’ipotesi del suicidio...
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"Una scrittura limpida e tagliente come una lama... Un talento quasi feroce nel leggere l'anima degli uomini."
Don De Lillo
"Banville è tra i romanzieri più eleganti e intelligenti di lingua inglese."
George Steiner
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"Quirke non riconosceva quel nome. Gli suonava familiare, ma non riusciva ad abbinargli un volto. Gli succedeva, di tanto in tanto: all’improvviso dal suo passato, dal suo passato di bevitore, emergeva qualcuno di cui si era dimenticato per chiedergli un prestito o per proporgli una cosa sicura, oppure semplicemente per stabilire un contatto che gli consentisse di uscire dalla solitudine o per sapere se era ancora vivo e l’alcol non l’aveva distrutto. Perlopiù se ne sbarazzava, borbottando che era oberato di lavoro e cose simili. In questo caso, avrebbe dovuto essere facile, poiché si trattava solo di un nome e di un numero di telefono lasciati alla receptionist dell’ospedale, e poteva sempre dire di aver perso il foglietto o di averlo buttato via. Qualcosa, però, attirava la sua attenzione. Provava una sensazione di urgenza, di disagio, che non riusciva a spiegare e lo disturbava.
Billy Hunt.
Quel nome gli faceva scattare qualcosa dentro, ma cos’era? Si trattava di un ricordo perduto o, cosa più preoccupante, di un presentimento?"
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