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DEL RACCONTO E DINTORNI
A cura di Bruno Arpaia
Autore: Julio Cortázar
Traduzione di Bruno Arpaia
Pagg. 202
€ 17.00
Saggistica
Collana: Biblioteca della Fenice
In libreria
dal: 7 Maggio 2009
Libro disponibile
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Convinto da sempre che le etichette e i
generi letterari fossero sull’orlo di «una
strepitosa bancarotta», Julio Cortázar
non si limitň a scrivere racconti fuori dall’ordinario,
romanzi ibridi e non lineari o
libri in cui mescolava saggi, poesie, racconti,
citazioni e frammenti biografici secondo
personalissimi orditi. Fin dagli
esordi, per lo scrittore argentino raccontare
e teorizzare sullo strumento espressivo
costituivano il dritto e il rovescio di
una stessa operazione. Perciň i suoi saggi
sono spesso, in fondo, racconti su come
nasce un racconto, su come lo si scrive e
sul modo in cui se ne esce: «Come da un
atto d’amore, esausti ed estranei al mondo
circostante, al quale si torna a poco a
poco con uno sguardo di sorpresa, di lento
riconoscimento, molte volte di sollievo
e tante altre di rassegnazione». Ma sono
anche saggi in cui il Gran Cronopio prende
parte alle vicende del suo tempo, si
schiera, risponde a modo suo alle domande
sulla responsabilitŕ dello scrittore,
sul rapporto tra intellettuali e politica,
non piegandosi mai ai commissari politici
dell’impegno che, negli anni Sessanta e
Settanta, esigevano dagli artisti l’adesione
a facili slogan ideologici. Fare politica,
per lui, non fu mai in contrasto con il senso
dello humour e con le frequenti visite
nel regno del fantastico. Forse č anche
per questo che continueremo ancora per
molto tempo a leggere i romanzi, i saggi
e i racconti di quello scrittore esageratamente
alto, dalle mani grandi come pale
di mulino, gli occhi enormi e stupiti, la
faccia da bambino perverso, capace di
mettersi sempre completamente in discussione,
con un coraggio e un gusto della
sfida che il nostro tempo cosě avaro e
cinico ha ormai archiviato nelle soffitte
polverose della storia.
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"Quando scrivo un racconto cerco istintivamente di fare in modo che mi sia estraneo in quanto demiurgo, che prenda a vivere una vita indipendente e che il lettore abbia, o possa avere, la sensazione che in certo qual modo stia leggendo un qualcosa nato da sé, in sé e addirittura per sé, in ogni caso con la mediazione, ma mai con la presenza manifesta, del demiurgo. Ricordo che mi hanno sempre irritato i racconti in cui i personaggi devono rimanere ai margini, mentre il narratore spiega per loro conto (sebbene questo «conto» sia la semplice spiegazione e non implichi interferenza demiurgica) dettagli o passaggi da una situazione all’altra. Il segno di un grande racconto me lo offre ciň che potremmo chiamare la sua autarchia, il fatto che si sia separato dall’autore come una bolla di sapone da una cannuccia."
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