Sulla dedizione dell’editore in cerca di nuove voci (nonostante certi aspiranti scrittori…)

di Gianluca Morozzi | 16.09.2015

Su ilLibraio.it un racconto inedito di Gianluca Morozzi, in cui il protagonista del suo nuovo romanzo ("Lo specchio nero"), scrittore e direttore editoriale (appassionato) di una piccola casa editrice bolognese, è alle prese con una mattinata piena di manoscritti da sfogliare e lettere di presentazioni sgrammaticate...


Ogni mattina che Tolstoj mandava in terra, Walter Pioggia si svegliava carico e pieno di ottimismo.

Era una delle sue battute preferite, quella di Tolstoj. Quasi nessuno rideva. In certe umilianti circostanze, la doveva persino spiegare.

Quando si incamminava verso la vicina sede della Bandini Edizioni, Walter Pioggia sentiva che quello sarebbe stato il giorno del Miracolo. O di un miracolo, con la lettera minuscola. Poi, il più delle volte, si ritrovava a metà del pomeriggio a sperare quantomeno in un giorno decente. Ma di mattina, animato da un’incrollabile fede nella letteratura, lui nel Miracolo ci sperava sempre.

Andò a sedersi alla sua scrivania. Prese un profondo respiro. E guardò la pila di buste imbottite gialle formato A4.

Ognuna di quelle buste imbottite gialle formato A4 conteneva il manoscritto di un aspirante autore che aveva affidato la propria opera alla Bandini Edizioni. E dove tanti suoi colleghi consideravano quella visione quotidiana come un disgustoso spreco di carta senza speranze, lui le vedeva come delle possibilità ancora da scoprire.

Magari una busta conteneva il Miracolo, il capolavoro di un autore o di un’autrice ancora da scoprire, il romanzo che li avrebbe resi ricchi, immortali, proverbiali scopritori di talenti. La Bandini Edizioni e il suo Direttore Editoriale Walter Pioggia, le colonne della letteratura italiana del Ventunesimo Secolo!

Magari c’era solo un miracolo, l’opera prima di buon successo di un nome ancora sconosciuto ma destinato a una brillante carriera.

Magari c’era solo un onesto romanzo, di oneste vendite, oneste critiche, che non avrebbe sfigurato nel catalogo della Bandini.

Finché erano solo plichi di carta rinchiusi nell’involucro giallastro tendente in verità al mattone, tutto era possibile. Per quanto il paragone fosse gretto e orribile, era come guardare un pacchetto di Gratta & Vinci. Potevano essere pezzi di carta senza valore, ma uno poteva nascondere il premio miliardario.

Era ora di scoprirlo. Aprì la prima busta, con il consueto pacco di fogli rilegati a spirale. Lesse l’incipit.

“Il sole filtrava prepotentemente dalle tapparelle abbassate colpendo violentemente la parte della camera da letto con l’impazienza di un uomo che attende un tramezzino al tonno.”

Ah. Però. Era iniziata alla grande, la giornata.

Va bene, ormai lo sapeva: non sempre lo stile dell’incipit era rappresentativo del resto. Le prime righe, per un esordiente, erano un po’ come il primo appuntamento per un corteggiatore timido e nervoso, che magari esagerava con le battute nel tentativo di risultare simpatico. Allo stesso modo, l’autore pensava che riempire tre righe con avverbi in –mente, similitudini o metafore bizzarre e verbi abusati potesse fare colpo. Sì, certo, lo faceva, ma in negativo. Spesso, da metà pagina in poi, l’autore si calmava e scriveva in modo meno forzato, così come il corteggiatore sarebbe risultato più naturale, al secondo appuntamento. Il problema era superare la prima impressione.

Non lo cestinò: lo mise da parte. Lo avrebbe riletto con calma, non condizionato dal malumore che gli procurava quell’atroce impazienza da tramezzino al tonno.

In cima alla pila c’era una busta pesantissima, talmente piena di carta che sembrava sul punto di rompersi. Subito sotto, un’altra leggera come un foulard.

Cominciò da quella leggera. C’era una lettera di accompagnamento. Non era simpatica.

Pregiatissima casa editrice,

                                           Le invio il Capitolo 1 di un mio romanzo inedito dal titolo L’ultimo cavaliere del Serpente Cremisi, primo della pentalogia in cinque volumi del Serpente Cremisi.

Se interessato a leggere il seguito, può contattarmi al numero di telefono seguente a ore pasti.

Be’, che dire? Walter, anche dopo tanti anni, vedeva il bicchiere mezzo pieno. Sì, non era partito benissimo, questo autore, tra il “pregiatissima”, il “Le”, la “pentalogia in cinque volumi” (ma va?), e questa ideona geniale di farsi chiamare esclusivamente al telefono (un indirizzo mail no?) rigorosamente a ore pasti (questa cosa delle ore pasti non la sentiva dal ’97, più o meno), e farsi chiamare per essere implorato di mandare il resto dell’opera, per piacere…

Ma… se fosse stato un genio? Se si fosse rivelato uno scrittore un po’ arrogante ma geniale? Okay, non dava quell’impressione, ma forse, chissà…

Walter guardò il testo. Si apriva con una mappa disegnata a mano, con tanto di nomi di regni, isole, castelli e territori del Serpente Cremisi.

Alzò gli occhi al cielo. Cosa appariva in bella vista nel sito della Bandini? “Non accettiamo raccolte di poesie, saggi storici, romanzi erotici, FANTASY, horror…”

Peraltro, a giudicare dalla prima pagina – sì, si costrinse a leggere la prima pagina -, l’autore aveva messo molta cura nel disegnare la mappa, ma pochissima per evitare tre refusi nel primo paragrafo, un cambio di tempo a metà pagina, e di scrivere il nome del mago Belthemoth in tre modi diversi su tre. Bene: non avrebbe mai telefonato a ore pasti all’autore della pentalogia del Serpente Cremisi.

Aprì la busta enorme e pesantissima. Quasi gli esplosero gli occhi al solo sfogliare il papiro seguente.

Erano ottocento pagine fronte-retro scritte in un atroce corpo 10 e senza un millimetro di margine, con le parole che quasi fuggivano dai bordi dei fogli. Eccolo qua, pensò: quello che non ha letto più una riga dopo Horcynus Orca, e voleva essere il nuovo D’Arrigo. Lo mise da parte per esaminarlo con calma in un secondo momento.

Fece una pausa caffè.

Il manoscritto successivo gli fece venire la nausea solo aprendolo: sembrava un collage, un bizzarro patchwork. L’autore aveva avuto la splendida idea di usare un carattere diverso per le parti di dialogo di ogni personaggio, con il tocco in più del rosso per le voci meccanizzate, tipo gli annunci sui treni, e il blu per i pensieri. Non poteva leggere una cosa del genere a stomaco vuoto: si tenne da parte quell’opera beat per il primo pomeriggio.

Le lettere d’accompagnamento, quelle a volte lo intenerivano e a volte lo irritavano. Non era stato Tondelli a dire che spesso le lettere d’accompagnamento erano migliori dei testi? Be’, secondo Walter Pioggia, il livello era più o meno lo stesso.

Quest’altro, per esempio, era uno di quegli autori che dopo aver ripetuto cinque volte nella lettera “emozioni” o “emozionale” chiudeva con un burocratico e minaccioso “Il presente manoscritto è depositato alla Siae sezione Olaf”. Come a dire: tu, editore ladro e disonesto, vuoi rubare il frutto del mio ingegno e pubblicarlo sotto un altro nome, ma io sono astuto e mi tutelo. Era sempre un piacere, per Walter Pioggia, sentirsi dare del ladro prima ancora di pranzo.

A stomaco pieno affrontò una nuova lettera di quelle sgradevoli, quelle che contenevano cose tipo “considerando il livello di quel che si pubblica al giorno d’oggi, sono certo che il mio romanzo non sfigurerebbe…” Sì, certo, spetta proprio a te deciderlo, pensò Walter. Il romanzo in questione, in cui i protagonisti si chiamavano Wendy e Jack pur essendo nati e cresciuti nel comune di Carpi, ricalcava schemi e situazioni di almeno tre romanzi che erano stati in classifica negli ultimi mesi.

La sinossi successiva, accoppiata alla lettera d’accompagnamento, gli fece cadere le braccia. Che peraltro era una di quelle pigrizie letterarie del romanzo di Wendy e Jack a Carpi: i vari “gli fece cadere le braccia”, “forte come un toro”, “affondò come una lama nel burro”, “puntuale come un orologio svizzero”, tutti quegli automatismi lì. Non ne mancava nessuno.

La lettera trasudava letteralmente di entusiasmo per l’opera che andava ad accompagnare: l’autore, a ogni riga, si mostrava orgoglioso per l’originalità dell’ucronia che aveva creato, per la sua splendida, innovativa trovata. Walter lesse la sinossi. La trama era identica a un noto romanzo di Philip Dick.

Sospirò. Perché tutti quelli là fuori scrivevano e non leggevano niente? Non leggendo niente, si convincevano di continuo di aver reinventato la ruota!

Sul finire del pomeriggio, Walter non sperava più in Miracoli o miracoli. Gli sarebbe bastato vivere una giornata decente, cosa che fin lì non era stata.

Iniziò a leggere il nuovo manoscritto con una certa depressione di fondo.

L’incipit non era male. Le prime pagine neppure. Anche il secondo capitolo reggeva. Anche il terzo.

Prese un caffè per affrontare i successivi. No, non era male, non era male davvero.

Arrivato a metà, si sorprese a pregare tutti i suoi numi tutelari: Tolstoj, ovvio, e Vonnegut, e Fitzgerald, Malerba e tutti gli altri. Vi prego, supplicò, ditemi che la seconda metà è all’altezza della prima, ditemi che in questa magra giornata ho trovato un manoscritto valido, per pietà.

Affrontò ancora un capitolo: reggeva.

Allora prese una decisione. Mise il testo nella borsa, salutò tutti e uscì dalla sede della Bandini.

Avrebbe bevuto un aperitivo con calma, con il manoscritto accanto. Magari sarebbe addirittura migliorato andando avanti, magari si sarebbe rivelato un capolavoro, nel finale, e quella sera, leggendo le ultime pagine nella solitudine del suo monolocale, Walter avrebbe provato il brivido dello scopritore di talenti. In piena notte avrebbe scritto una mail all’autore, e tutto sarebbe stato bellissimo.

Poteva anche non succedere, certo. Il romanzo poteva crollare miseramente negli ultimi capitoli. Ancora non lo sapeva.

Ma per quei momenti, per quei momenti di speranza, valeva la pena di continuare a fare il suo lavoro.

IL NUOVO ROMANZO – Svegliarsi nel cuore della notte in una stanza mai vista prima, accanto a una sconosciuta nuda, senza ricordare niente delle ore precedenti… Può succedere, quando hai bevuto un po’ troppo. Se però la ragazza è morta e la stanza è chiusa a chiave dall’interno, la faccenda si fa preoccupante. E non migliora quando scopri che i cadaveri, in realtà, sono due. È così che Walter Pioggia, scrittore e direttore editoriale di una piccola casa editrice bolognese, si ritrova protagonista di un vero e proprio giallo della camera chiusa in cui, a quanto pare, gli è toccato il ruolo dell’assassino. Ma lui non ha ucciso nessuno. O sì?
Gianluca Morozzi torna in libreria per Guanda con Lo specchio nero

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Fonte: www.illibraio.it


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