La magica banalità dell’amore: biografia poetica di Jacques Prévert

di lorenzobarberis92@gmail.com | 04.01.2021

Passato alla storia come il cantore dell'amore assoluto, Jacques Prévert (4 febbraio 1900 – 11 aprile 1977) gode oggi di un'immensa popolarità. Eppure esiste ancora un pregiudizio che vede nei suoi versi un trionfo della banalità. Ecco allora un breve sguardo sulla vita del poeta (dall'infanzia povera all'esperienza da soldato a Istanbul, fino al legame con i surrealisti) per comprendere che esiste un solo modo di parlare d'amore - L'approfondimento



I ragazzi che si amano si baciano in piedi, e così via. Tre fiammiferi accesi, e poi lo sappiamo. A sentire il nome di Jacques Prévert, l’associazione viene immediata a chiunque abbia mai dedicato una delle sue poesie alla persona desiderata.


Prévert significa amore. Possibilmente un amore leggero e profondo, drammatico e scanzonato, semplice da dire, diretto come una battuta al bar o il canto di un usignolo.


Una lettrici o un lettore di Prévert che abbia superato con successo le tribolazioni dell’adolescenza incorre in due tentazioni comuni. La prima è quella di trovare banali le sue poesie. La seconda è quella di scervellarsi in un’esegesi che confuti la prima teoria.

Esiste, come sempre, una terza via: quella che accetta la banalità come una scelta consapevole, rivoluzionaria, anti-intellettuale. Per comprendere appieno questa visione tridimensionale della banalità prevertiana occorre concentrarsi sul primato della voce, sulla potenza del luogo comune.

Gli scritti volano, le parole restano” 


(da Buffo Palazzo, in La pioggia e il bel tempo)


Primo elemento tridimensionale: l’amore di Prévert non è un amore borghese. Al contrario, è un sentimento che emerge solo in periferia, che si nutre di miseria e sopravvive come intrattenimento. È la vita stessa del poeta a raccontarcelo.


Jacques ha solo sei anni quando il padre viene assunto presso l’Ufficio dei Poveri della capitale e tutta la famiglia abbandona l’aria sonnolenta di Neuilly-sur-Seine. Corre l’anno 1906, e a Parigi i Prévert vivono nella più totale indigenza.


Come disse il suo coetaneo Louis Ferdinand Céline, in veste di medico della mutua, “la povertà è la malattia peggiore: a forza di curarla, mi sono ammalato anche io”. Nonostante il contatto diretto con la povertà, il padre di Jacques sfrutta ogni contatto per ottenere gratuitamente biglietti per il teatro e il cinema, una scelta che si rivelerà, da lì a poco, assolutamente fondamentale.


Parole, Jacques Prevért, Guanda 2017
Parole, Jacques Prévert

Da sempre insofferente al rigido spirito normativo della scuola, che abbandona all’età di quindici anni, il giovane Jacques parte come soldato diretto a Istanbul nel 1920. Qui, oltre a conoscere nuove forme di miseria e violenza, incontra anche Yves Tanguy e Marcel Duhamel, quest’ultimo destinato a diventare il direttore editoriale della celebrata Sèrie noir di Gallimard.


Con i due stringe un’amicizia duratura: si trasferiscono tutti insieme al numero 54 di Rue de Châtheau, a Montparnasse. L’appartamento diventa presto un crocevia per pittori, scultori e jazzisti. Ma diventa anche un vero e proprio baluardo della letteratura surrealista: vi si riuniscono scrittori come Raymond Queneau e lo stesso Apollinaire.

Al funerale d’una foglia morta
Se ne vanno due lumache
Hanno il guscio nero
E il lutto sulle corna
Se ne vanno nel buio
D’una sera d’autunno
Ahimè quando son giunte
È di già primavera…


(da Canzone delle lumache che vanno al funerale, in Parole)


È impossibile non vedere un ottimismo amaro in “Canzone delle Lumache che vanno al funerale”: l’amore che le muove nel pellegrinaggio è inconsapevole, dettato dall’impotenza verso lo scorrere del tempo. In Parole, che esce nel 1945, ottenendo un successo enorme sia di pubblico sia di critica, ci sono ancora forti elementi surrealisti. Eppure la rottura con il movimento è già avvenuta da tempo. Prévert avverte di nuovo quell’insofferenza che aveva provato nei confronti della scuola, e sente sempre meno di potersi esprimere in termini intellettuali. Se l’amore è la voce della miseria, allora è così che deve essere detto: con la voce


Poesie d’amore, Jacques Prévert


Ricordati Barbara
Pioveva senza tregua quel giorno su Brest
E tu camminavi sorridente
Raggiante rapita grondante
Sotto la pioggia
Ricordati Barbara
Pioveva senza tregua su Brest
E t’ho incontrata in Rue de Siam
Tu sorridevi
E sorridevo anch’io
Ricordati Barbara
Tu che io non conoscevo
Tu che non mi conoscevi
Ricordati,
ricordati comunque di quel giorno
Non dimenticare
Un uomo si riparava sotto un portico
E ha gridato il tuo nome
Barbara
E tu sei corsa incontro a lui sotto la pioggia
Grondante rapita raggiante
Gettandoti tra le sue braccia
[…]
Oh Barbara
Che cazzata la guerra
E cosa sei diventata adesso
Sotto questa pioggia di ferro
Di fuoco acciaio sangue
E lui che ti stringeva fra le braccia
Amorosamente
È forse morto disperso o invece
Vive ancora”


(da Barbara, in Parole)


Le ragioni dietro a questa ascesa della voce sono dovute a un interesse di Prévert che oggi definiremmo transmediale. Negli anni che precedono l’uscita di Parole, Prévert si è unito al Gruppo d’Ottobre, per il quale ha sceneggiato opere di teatro proletario, e ha poi inaugurato il celebre sodalizio con il regista Marcel Carné. Nascono pellicole memorabili come Il porto delle nebbieAmanti perduti. Sono arti, quelle del cinema e del teatro, dove il corpo e la voce sovrastano il testo. Chiamare Barbara, entrare in comunione con lei attraverso l’osservazione del sentimento amoroso, significa opporre la sua figura a quella dell’anonimato della pioggia, dell’annullamento della guerra. Quindi ecco il secondo elemento di tridimensionalità: l’amore è sempre in opposizione a qualcosa.

Lui ha messo
Il caffè nella tazza
Lui ha messo
Il latte nel caffè
Lui ha messo
Lo zucchero nel caffelatte
Ha girato
Il cucchiaino
Ha bevuto il caffelatte
Ha posato la tazza
Senza parlarmi
S’è acceso
una sigaretta
Ha fatto
Dei cerchi di fumo
Ha messo la cenere
Nel portacenere
Senza parlarmi
Senza guardarmi
S’è alzato
S’è messo
Sulla testa il cappello
S’è messo
L’impermeabile
Perché pioveva
E se n’è andato
Sotto la pioggia
Senza parlare
Senza guardarmi
E io mi sono presa
la testa fra le mani
e ho pianto


(da Prima colazione, in Parole)


 


La pioggia e il bel tempo, Jacques Prévert


Nasce il 4 febbraio del 1900, muore l’11 aprile del 1977 a Omonville-la-Petite. Una biografia ufficiale citerebbe in mezzo l’amicizia con Antonin Artaud, la collaborazione con la rivista edita da Giuseppe Ungaretti, il successo di Alba Tragica al cinema.


I curiosi si concentrerebbero sulla caduta dal balcone della radio in cui lavorava, che lo lasciò in fin di vita per mesi.


Tutto questo sarebbe fargli un torto. Sarebbe come cancellare l’anonimato, la quotidianità, la banalità in cui l’amore si eleva contro le cose grandi: la guerra, la morte, la marcia della Storia.


Tutto quello che diventa leggendario e storico – a parte, ovviamente, l’amore – è un crimine contro la vita e l’opera di Prévert.



Fonte: www.illibraio.it


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