Luis Sepúlveda, ovvero dell’amicizia prima di tutto

di Redazione Guanda | 04.10.2020

Il 4 ottobre Luis Sepúlveda avrebbe compiuto 71 anni. Purtroppo, il corona virus lo ha portato via il 16 aprile di quest’anno, lasciandoci orfani di un  grandissimo narratore. Ci restano le sue storie, che continuano a farci divertire, riflettere, sognare. Vogliamo ricordarlo con un testo del suo editore italiano, Luigi Brioschi, che ripercorre il loro […]


Il 4 ottobre Luis Sepúlveda avrebbe compiuto 71 anni. Purtroppo, il corona virus lo ha portato via il 16 aprile di quest’anno, lasciandoci orfani di un  grandissimo narratore. Ci restano le sue storie, che continuano a farci divertire, riflettere, sognare. Vogliamo ricordarlo con un testo del suo editore italiano, Luigi Brioschi, che ripercorre il loro primo incontro, inizio di una grande amicizia.

Luis Sepúlveda guardava con simpatia, credo, alla Francia, in quella primavera del ’93 in cui stava per uscire in edizione italiana Il vecchio che leggeva romanzi d’amore. La Francia era il Paese che gli aveva dato il primo, smagliante successo letterario, e proprio con il libro che ora veniva a presentare a Milano (io stesso lo avevo scoperto e letto grazie all’edizione francese). E di lì a non molto del resto si sarebbe stabilito a Parigi, per esserne poi presto deluso. Ma se la Francia era certo per lui, in quel momento, un punto di riferimento, in quelle prime, scarne conversazioni si parlava piuttosto di America latina: libri, luoghi, letture… Ricordo quei giorni milanesi; ricordo le nostre uscite, tra un incontro e l’altro, dall’hotel Manin (un albergo che non avrebbe mai più cambiato) per far quattro passi ai Giardini pubblici o nella vicina via Manzoni. Erano le prime occasioni di colloquio: il libro era stato acquistato, sull’onda dell’entusiasmo, nella primavera dell’anno prima, ma finora non ci eravamo mai incontrati. E imparai così a conoscere le sue qualità di narratore orale, la naturale vocazione a trasformare ogni argomento in racconto. Sentivo fare nomi di amici, come Osvaldo Soriano, nomi di autori frequentati: Cortázar, Rulfo, Guimarães Rosa, forse Mutis. E i poeti: Gelman, Neruda… E tra questi, inspiegabilmente, il per me sconosciuto Coloane. Era, a quanto sentivo, un solitario scrittore del Sud cileno, e il ritratto che ne faceva il suo ben più giovane connazionale ispirava simpatia; ma perché, mi chiedevo, tanto fervore? Lo scoprii presto. Francisco Coloane era certo uno scrittore ammirato, ma per Sepúlveda era anche un amico, pur con quella differenza d’età. E l’amicizia, come avrebbe in seguito ampiamente dimostrato, era per lui un sentimento speciale, reso forse anche più intenso, più pressante dal ricordo dei compagni perduti (li menziona, puntigliosamente, in quel vibrante promemoria che è Il potere dei sogni). Per il resto, Coloane era appunto un autore appartato, schivo, a quanto pareva, un uomo portato più ad andar per mare che a partecipare a convegni. A parte il legame generazionale, aveva poco o nulla a che vedere con gli scrittori del boom latinoamericano. Era un isolato, difficile da inquadrare. Refrattario a catalogazioni. Un ribelle. Ed era questo che piaceva a Sepúlveda, a sua volta un ribelle: un ribelle anzitutto al canone, alla norma letteraria. Poi ci fu appunto l’episodio parigino. Ma quel nome, Coloane, era destinato a riaffiorare. Qualche tempo dopo, e mentre i libri di Sepúlveda (da Il mondo alla fine del mondo a Patagonia Express a Un nome da torero) uscivano in Italia con successo crescente, creando uno straordinario rapporto sintonico coi lettori di questo Paese, si decise di affidargli una linea di narrativa. La collana prese il nome da un suo libro da poco apparso, La frontiera scomparsa; e notai, senza molta sorpresa, che il primo autore inserito nella lista di scrittori che intendeva pubblicare era Francisco Coloane. Il libro era Terra del fuoco. Così mi avviai finalmente a leggere i suoi strepitosi racconti. Ricordo la freddezza con cui fu accolta la scelta di pubblicare il libro di racconti, ovviamente invendibile, di uno sconosciuto autore cileno, e di farne oltretutto il capofila di una nuova collana, sia pur diretta da Luis Sepúlveda, che aveva appena pubblicato Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare (un libro destinato a diventare un classico in due decenni) e stava per uscire a sua volta con una raccolta di racconti, genere cui negli anni avrebbe davvero dato molto (si trattava di Incontro d’amore in un Paese in guerra, ed è forse la sua migliore). La risposta dei lettori italiani lasciò stupefatto chi aveva avuto dubbi su quel libro, e per la verità sorprese un poco anche me, che pur ci avevo creduto. Terra del fuoco fu un bestseller. E la ben più convinta pubblicazione, l’anno dopo, di Capo Horn, altra raccolta di racconti, ebbe più o meno lo stesso esito. Nell’arco di non molti anni buona parte dell’opera di Coloane sarebbe entrata nel catalogo Guanda, e un giorno avremmo potuto accogliere e festeggiare a Roma, nel corso di un pranzo davvero memorabile, l’ormai novantenne scrittore cileno. Quando è arrivata dalle Asturie la notizia, temuta, della morte di Sepúlveda, mi sono trovato a ripercorrere nel ricordo una vicenda quasi trentennale, che penso si possa definire un sodalizio. E in una dichiarazione fatta in quei giorni credo di aver detto che l’amicizia, sentimento privato, era stata spesso, nel suo caso, suggeritrice di iniziative editoriali sorprendentemente fortunate. Quella fu certo la prima occasione del genere, e una delle più felici. Non c’è dubbio, l’amicizia veniva prima di tutto, per Lucho. Ma i suoi amici, va detto, erano ben scelti.

Luigi Brioschi


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