Tutti pazzi per il Grande Fratello

di Redazione Il Libraio | 24.07.2012

Conversazione con Stefano Piedimonte autore di Nel nome dello zio


Lo Zio, il boss della camorra protagonista del nuovo romanzo di Stefano Piedimonte Nel nome dello zio, è un leader spietato e crudele con un’unica vera debolezza: il Grande Fratello. Non si perde una puntata del reality, nemmeno quando è costretto a vivere in latitanza perché qualcuno l’ha tradito e incastrato. Allora i guaglioni dello Zio arruolano Anthony, un pusher che ama la musica neomelodica napoletana, lampadato e con le sopracciglia di gabbiano per mandargli un messaggio dalla Casa. L’aspirante gieffino infatti riuscirà a far parte del cast, cosa dovrà dire di così importante allo Zio? Ne abbiamo parlato con l’autore.

D. Ci presenta “Lo Zio”? Chi è veramente?

R. Lo Zio è un camorrista, un boss, uno di quelli tosti. Si è fatto strada negli ambienti della criminalità organizzata pur provenendo da una famiglia di persone umili e oneste, riuscendo infine a ricoprire un ruolo apicale e a circondarsi di una folta schiera di sodali che badano al suo benessere e a quello del clan. È un imprenditore, uno di quegli imprenditori “privilegiati” che non devono fare i conti con la crisi. Quando il mercato si flette, lui flette i commercianti: col denaro raccolto grazie alle estorsioni, le casse tornano a riempirsi e la vita gli sorride. È bello vivere così, se riesci a dormire sonni tranquilli. Lo Zio ci riesce. Quasi sempre.

A. Lei è stato cronista di nera per il Corriere del Mezzogiorno, il suo lavoro è stato utile per approfondire la conoscenza della camorra?

R. Molto. A me, però, è sempre interessata l’intimità della camorra, non le grosse dinamiche, i grossi traffici, le statistiche e tutto il resto. Ho sempre guardato una per una le foto delle persone arrestate da carabinieri e polizia, ho sempre letto i comunicati, le storie che accompagnavano quei volti, anche se sapevo che di quella notizia non avrei scritto niente. Mi sentivo uno spione, uno che guarda da dietro lo specchio, come in quei film americani quando interrogano i sospettati e gli sbirri stanno dietro il vetro: guardano senza essere guardati. Sentivo che mi stavo cibando di qualcosa senza restituire nulla in cambio. Mi interessano i dettagli. Che musica ascolta un killer? Come cammina uno che ha appena “giustiziato” i guaglioni del clan rivale? Il giornalismo mi ha aiutato in questo senso: mi ha consentito di spiare con un posto in prima fila. Per raccontare, però, preferisco i libri. Il sogno dell’obiettività assoluta mi è sempre sembrato una gran cavolata. Non puoi essere obiettivo, il tuo punto di vista viene fuori anche in base all’ordine col quale esponi i fatti, viene fuori dall’enfasi che dai a un particolare rispetto a un altro, viene fuori anche se tu non te ne accorgi, anche se non vuoi. E allora, diamine, voglio raccontare come piace a me. Voglio prendermi il tempo e le licenze necessarie, restituire all’esperienza narrativa la genuinità della durata, prendere a schiaffi il tempo e fregarmene dell’impellenza, dei ritmi malati a cui ci hanno costretti, indipendentemente dal lavoro che svolgiamo.

A. Cosa l’ha spinta a scrivere Nel nome dello zio? L’idea di raccontare la criminalità organizzata è stato un suo obiettivo fin dal primo momento?

R. No. Avevo in mente una storia, una storia che già “esisteva”, e che si è svelata ai miei occhi un po’ alla volta. Il fatto che la città in cui sono nato sia afflitta dalla piaga della camorra, e che io, come ogni napoletano, sia costretto a percepirla e a farci i conti quotidianamente, in maniera diretta o indiretta, mi ha dato indubbiamente una carica e una rabbia maggiore. Mi piace l’idea di prendere in giro i camorristi. Questi personaggi sono circondati da un’aura di macabra solennità. Metterli a nudo, con le loro ridicole debolezze, vuol dire anche delegittimarli, affrontarli, ridimensionarli.

A. Il tallone d’Achille dello Zio è il Grande Fratello, non esiste fan più fedele di lui. Cos’ha di speciale per lui questa trasmissione nazional-popolare?

R. Come dicevo, lo Zio riesce a dormire sonni tranquilli, quasi sempre. Quando vieni da una famiglia di persone oneste, in te rimane una traccia di onestà, una venatura d’oro su una parete di roccia grigia. E non riesci a ignorarla per sempre. A volte viene fuori, e fa male, come una ferita aperta impossibile da rimarginare. Lo Zio si è sempre domandato “come sarebbe stato se…”. Non l’ha mai detto, ovviamente. La Casa del GF è un luogo isolato dal mondo esterno, dove ognuno può reinventarsi come più gli piace. Nel libro c’è un capitolo intitolato “Il sogno dello Zio”. È il più rappresentativo, in questo senso.

A. Tra l’altro ha realmente partecipato alla trasmissione in qualità di concorrente il figlio di un camorrista. Questa notizia le ha dato uno spunto per Nel nome dello zio oppure no?

R. No. Non ho mai seguito il Grande Fratello, tranne la prima edizione. Ero curioso di vedere che fine faceva tutta quella gente presa e buttata in una casa per chissà quanti giorni. Speravo che qualcuno fra loro impazzisse.

A. A quale personaggio del suo romanzo si sente più legato? A Anthony “il frizzantino” forse?

R. Non so, forse sì. O forse allo Zio. Non mi immedesimo mai completamente in un personaggio, e allo stesso tempo mi immedesimo in tutti. Per me è come se esistessero davvero, non so se mi spiego. Riportarli alla mia dimensione sarebbe come dubitare della loro esistenza, mettere in dubbio la loro genuinità, la loro indipendenza.

A. Il suo romanzo racconta la dura realtà napoletana quasi come una caricatura, coma mai questa scelta? L’ironia è la miglior arma di denuncia?

R. Al momento, è lo strumento che mi è tornato più utile. L’ironia, in certi casi, può essere letta in chiavi diverse. Alcuni passi fra i più “ironici” del libro li ho vissuti con un sentimento di drammaticità straziante, con una tristezza e un senso di annichilimento quasi insostenibili.

A. Ultima curiosità: come mai ha scelto di utilizzare una strofa di una canzone dei The Smiths in esergo a Nel nome dello zio?

R. “Please, let me get what I want. Lord knows, it would be the first time”. Cosa vuole realmente Anthony? Cosa vuole realmente lo Zio? Riusciranno ad ottenerla? E sarà ciò che realmente desideravano?

Intervista a cura di Matilde Danzi

Fonte: www.illibraio.it


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