«Adoniade è un poema disseminato e grandioso, sperimentale e solenne, magmatico e lancinante. È fatto di continue, incalzanti interrogazioni, di elencazioni e iterazioni rituali potenti come quelle di Omero nell’Iliade, di visionarietà dantesca, di slanci vitali alla Whitman… Ma Adonis è moderno. È globale. È un costruttore di ponti. Consapevole della forza della tradizione da cui proviene, la mette in contatto con quella dell’Occidente, vede Parigi con gli occhi dell’autore dei Fiori del male, evoca l’illuminato cieco, Jorge Luis Borges… Oltre a Parigi, ‘che va e viene nella luce della Grecia’, ci sono Damasco e Beirut, da cui tutta l’avventura umana, poetica e intellettuale di Adonis è partita, c’è la Sicilia, il suo mistero le cui sorgenti sono da sondare… E poi Londra, con l’ombra di Amleto e dei suoi scrittori e poeti, e le città dell’estremo Oriente, Shanghai, Hong Kong, che richiamano Confucio e Buddha… Nel cuore del libro, momento di altissima poesia, c’è l’epifania di Aylan, il piccolo migrante siriano trovato disteso a faccia in giù su una spiaggia siro-turca, o turco-siriana. Rivolgendosi a lui, Adonis scrive l’epitaffio più alto e commosso: ora Aylan è libero, niente lasciapassare, niente frontiere, niente esercito che colpisce, niente polizia che incarcera... Questa infanzia tradita e uccisa richiama alla mente del poeta la propria infanzia, quando in sogno prendeva una stella e la legava con una corda tutta la notte ai suoi piedi… E alla fine, come nel verso assoluto di Hölderlin, ‘ciò che resta è un dono dei poeti’.»
Dalla postfazione di Giuseppe Conte
Così canterò: la vita è eccessi: passione e innovazione, l'esistenza è parola-amore folle. Niente regole tranne quella di squassare le regole. Portate alle leggende le loro porte, e alla notte la sua chiave.